La scienza può confutare una teoria filosofica

21 Aprile 2012 Nessun commento

Io credo che alcune teorie filosofiche siano inaccettabili, per vari motivi, e che alcune teorie scientifiche (o forse sarebbe meglio chiamarle pseudoscientifiche) sono inaccettabili, per vari motivi.
Tra i motivi per cui posso ritenere inaccettabile una teoria filosofica, ci potrebbe essere il fatto che tale teoria è incompatibile con il metodo della ricerca scientifica, oppure con alcuni risultati della ricerca scientifica. Per esempio, posso dire “tale teoria antropologica è inaccettabile, perché se fosse vera non si spiegherebbero i fossili degli ominidi”, oppure “tale teoria epistemologica è inaccettabile, perché se fosse vera non si spiegherebbe la legge della conservazione della massa-energia”.
Tra i motivi per cui posso ritenere inaccettabile una teoria scientifica, ci potrebbe essere il fatto che tale teoria è incompatibile con i risultati della tecnica. Per esempio, posso dire “tale teoria di fluidodinamica è inaccettabile, perché se fosse vera non si spiegherebbe come fanno gli aeroplani a volare capovolti”.
Alcune persone sostengono che tali miei argomenti sono inaccettabili, in quanto mescolano discipline distinte, con oggetti di studio e metodi di studio che sono distinti e devono rimanere distinti.
Non si potrebbe quindi argomentare di filosofia con argomenti validi solo nella scienza, e nemmeno argomentare di scienza con argomenti validi solo nella tecnologia. in sostanza, tale obiezione sostiene che “si deve argomentare di filosofia con argomenti filosofici, di scienza con argomenti scientifici, e di tecnica con argomenti tecnologici, mantenendo ogni disciplina nel proprio ambito metodologico”.
Io sostengo invece la validità dei miei argomenti, con le seguenti motivazioni.
Io considero buona una teoria filosofica non quando è consolatoria, cioè quando fa stare meglio con sé stesso chi la pensa, come se fosse una medicina dell’anima, ma quando ha un alto potere esplicativo, cioè quando risulta essere una descrizione adeguata della nostra esperienza del mondo e di noi stessi. E lo stesso considero della scienza. In effetti non pongo una enorme differenza tra scienza e filosofia; ma questo lo facevano anche i filosofi almeno fino a Newton. La differenza sostanziale che pongo tra scienza e filosofia è che la scienza è l’insieme delle discipline sulle quali la comunità dei ricercatori ha raggiunto un sostanziale consenso metodologico, per cui esiste un criterio condiviso che permette di accettare o respingere una teoria. La filosofia è invece l’insieme delle discipline in cui tale consenso non è ancora stato raggiunto. In tal senso, la logica, la matematica, la fisica, la chimica, la biologia, l’astronomia, la medicina, e anche alcuni aspetti della psicologia, che sono ora diventate scienze, in passato erano discipline filosofiche, e si sono separate dalla filosofia non tanto per il fatto che sono diventate così complesse da richiedere una dedizione esclusiva, quanto per il fatto di aver raggiunto un metodo scientifico condiviso.
Quindi, posto che l’obiettivo sia della filosofia che della scienza è avere una descrizione soddisfacente di tutta la realtà, una teoria risulta inaccettabile se un elemento della realtà risulta incompatibile con tale teoria. Tra ciò che fa parte della realtà ci sono i risultati della scienza, e quindi se una teoria filosofica è incompatibile con una teoria scientifica, non è soddisfacente tenere per buone entrambe le teoria; una delle due andrebbe rigettata, pur di avere una teoria alternativa migliore.
Per quanto riguarda la l’uso che faccio delle argomentazioni tecnologiche, più che di vere argomentazioni si tratta di esemplificazioni esplicative, dato che per definizione la tecnica si basa sulle conoscenze scientifiche.
Per esempio, quando qualcuno sostiene che le ali degli aerei hanno una portanza a causa del loro profilo, per dimostrare che ciò non è vero dico “se fosse così gli aerei a geometria fissa non potrebbero volare capovolti, perché la portanza li spingerebbe verso il basso”. Ovviamente, dato che gli aerei sono progettati non per prova ed errore, ma usando le equazioni dell’aerodinamica, tale fatto è comunque dimostrabile a partire da tali equazioni. Tuttavia, il riferimento agli aerei rimane efficace per due motivi.
In primo luogo, non tutti, me compreso, conosce le equazioni dell’aerodinamica, mentre tutti hanno visto aerei volare capovolti.
In secondo luogo, dato che le teorie scientifiche devono essere compatibili con qualunque fenomeno, naturale o artificiale che sia, una teoria scientifica può essere confutata anche da oggetti artificiali e non solo da oggetti naturali. Anzi, a partire da Galileo Galilei, la scienza è progredita proprio utilizzando strumenti artificiali, come il telescopio, il microscopio, il metro, la bilancia e l’orologio.

Categorie:Argomenti vari Tag:

La Chiesa Cattolica è criticata anche contro il buon senso

15 Aprile 2012 2 commenti

È successo il seguente fatto.
Un ragazzino con una grave deficienza mentale, riconosciuta dagli stessi genitori, tuttavia in grado di presenziare a lezioni collettive senza disturbare, viene iscritto dai genitori al corso di catechesi della Chiesa Cattolica propedeutico al sacramento delle eucaristia (la cosiddetta “comunione”). Tuttavia, il giorno della prima comunione dei ragazzini di tale corso, la comunione viene somministrata a tutti i ragazzini tranne al ragazzino in questione. Ai genitori che chiedono al prete giustificazione di tale esclusione, il prete spiega che la comunione non può essere somministrata a persone che non sono consenzienti, e, come riconosciuto dagli stessi genitori, il ragazzino non ha la facoltà mentale di esprimere il consenso.
Tra l’altro, tali genitori non sono praticanti, e probabilmente desideravano che il figlio facesse solo la “prima” comunione, non quelle seguenti.
A fronte di questo fatto, ho trovato su Internet, tra gli altri, i seguenti commenti, di persone distinte:
1. “Rinfrescatemi la memoria…. sono gli stessi che si battono fino allo sfinimento affinché un bambino con gravi disabilità nasca comunque, giusto?”
2. “e sempre gli stessi che cercano di chiudere i loro orifizi affinché non entri il diavolo.”
3. “Sono gli stessi che battezzano i bambini, che a quanto pare hanno grosse capacità di intendere e volere”.
4. “La cosa importante è il battesimo, uno in più per l’8 per mille.”
5. “Sono gli stessi che abusano sessualmente dei bambini, se con handicap meglio…”
Sono sbalordito a leggere la faziosità o forse l’ignoranza presente in tali commenti.
Esaminiamoli singolarmente.
1. La Chiesa Cattolica sostiene che tutti gli esseri umani abbiano diritto a non essere soppressi per le proprie minorazioni mentali, ma non tutti abbiano diritto a ricevere il sacramento dell’eucaristia. Non ci vedo una contraddizione. Si ha diritto a vivere anche se non si è consenzienti, mentre si ha diritto a ricevere la comunione solo se si è consenzienti. Mi sembra abbastanza logico.
2. Che cosa c’entrano gli orifizi e il diavolo, con il caso in questione? Ma soprattutto, da dove risulta questa presunta credenza che il diavolo entri dagli orifizi? Io non ne ho mai sentito parlare.
3. Per il sacramento del battesimo infantile, la Chiesa Cattolica non richiede il consenso del battezzando, ma solo dei suoi tutori (genitori e/o padrini), mentre lo richiede per la comunione. Sarà discutibile, ma non è contraddittorio, in quanto si tratta di due sacramenti diversi. Il battesimo è l’iniziazione alla vita cristiana, e si fa una volta sola nella vita; la “prima comunione” non è un sacramento, il sacramento è la “comunione”; se si può fare la comunione, si può fare anche la prima comunione; la comunione è un sacramento ripetibile, e ogni volta che viene fatto richiede il consenso del comunicando.
4. In primo luogo, l’8 per mille esiste solo in Italia (per lo meno in tale modalità), mentre la Chiesa Cattolica è internazionale, e le sue regole valgono anche all’estero. Ma soprattutto, l’8 per mille non viene mica assegnato in base a chi è battezzato e chi no. Si può optare di cedere l’8 per mille alla Chiesa Cattolica anche se non si è battezzati (anche se pochi lo fanno), e si può optare di non cedere l’8 per mille alla Chiesa Cattolica anche se si è battezzati (e lo fanno in parecchi).
5. Come ho detto sopra, mi pare che aver negato la comunione a quel ragazzino mi è sembrato legittimo, ma anche se fosse stato un caso di assurda discriminazione, non mi capacito di come si possa paragonare a un abuso sessuale l’esclusione dalla Chiesa di un minorato. In primo luogo si tratta di comportamenti di gravità molto diversa (ovviamente l’abuso sessuale è molto più grave). In secondo luogo, la motivazione che porta alcune persone ad escludere i minorati è completamente diversa da quella che porta alcune persone ad abusare di bambini, e quindi non c’è correlazione tra i due tipi di comportamenti. Pertanto, tipicamente chi esclude i minorati non sono gli stessi che abusano di bambini, anche per coincidenza ci può essere una persona che riunisce in sé entrambe le tendenze (ad escludere e ad abusare). Infine mi giunge del tutto nuova la notizia che chi abusa dei bambini preferisce quelli con handicap.
In conclusione, noto che anche tra persone civili e moderatamente colte, come quelle che hanno espresso i pareri citati, ci sono posizioni estremiste nei confronti della Chiesa, tanto da scrivere delle scempiaggini pur di criticare.

Il disastro del 2011 in Giappone non è stato quello nucleare

18 Marzo 2012 Nessun commento

In occorrenza del recente primo anniversario del disastroso terremoto in Giappone, molte testate hanno scritto titoli simili a: “Un anno fa in Giappone l’incubo nucleare”, oppure “Un anno fa in Giappone il più grave incidente nucleare degli ultimi vent’anni”.

Posso capire che egoisticamente il terremoto e il conseguente maremoto non hanno spaventato gli europei in quanto i loro danni erano certamente confinati nel raggio di poche centinaia (o al più migliaia) di chilometri, mentre una fuoruscita di radioattività avrebbe potuto raggiungere l’Europa.

Tuttavia, considerando che terremoto e maremoto hanno provocato circa ventimila morti, mentre l’incidente alla centrale di Fukushima non ha provocato nessun morto certo e probabilmente qualche decina di morti conseguenti alla perdita di materiale radioattivo, quei titoli mi sono sembrati tanto ridicoli come se al crollo di una casa piena di gente, con conseguente morte di decine di persone, un giornale locale titolasse: “Un anno fa in città l’incubo polveri sottili”, in quanto il crollo ha indubbiamente sollevato un gran polverone, oppure se titolasse: “Un anno fa il botto più assordante della città negli ultimi vent’anni”, in quanto il crollo ha indubbiamente fatto molto rumore.

Insomma, invece di commemorare un colossale disastro naturale, si strumentalizza uno dei tanti incidenti industriali provocati da tale disastro per sostenere l’inopportunità dello sfruttamento dell’energia nucleare.

Alcuni hanno perfino affermato che tale incidente ha dimostrato che le centrali nucleari non sono in grado di reggere a qualunque sollecitazione naturale, e quindi sono inaffidabili. Tale ragionamento sarebbe ridicolo come lo sarebbe chi entrasse nella succitata casa crollata, vi trovasse una pentola rotta e dicesse: “Ma allora non è vero che questa pentola è indistruttibile come dicono”.

D’accordo, anche le pentole più robuste si possono rompere se ci crolla sopra una casa, ma vale la pena costruire una pentola in grado di sopravvivere al crollo di una casa?

E analogamente, d’accordo una centrale nucleare ha una probabilità non trascurabile di smettere di funzionare e di emettere una dose di materiale radioattivo in grado di uccidere una ventina di persone nel corso di una trentina d’anni se viene travolta da un cataclisma che rade al suolo un territorio abitato da un milione di persone, uccidendone parecchie migliaia. Ma vale la pena costruire una centrale più robusta? Forse che gli altri tipi di centrali elettriche hanno resistito meglio al cataclisma, con un numero inferiore di morti?

C’è bisogno di sapere che cos’è il pancreas?

Ho ascoltato da poco il famoso discorso che Steve Jobs rivolse nel 2005 ai laureati di Stanford.

Due frasi di tale discorso mi hanno colpito, ma in questo articolo parlerò solo della prima; dedicherò un altro articolo alla seconda frase.

Tale prima frase è stata: “I didn’t even know what a pancreas was.”, che significa “Non sapevo neanche che cosa fosse un pancreas”.

Questa frase mi ha colpito per il fatto che io ho sempre pensato che le persone di grande successo in campi in cui la conoscenza del mondo ha un ruolo (e quindi escludendo sportivi e modelli), e che hanno avuto tale successo per merito proprio (e quindi escludendo raccomandati, ammanicati, corrotti, imbroglioni, o semplicemente fortunati), fossero persone di cultura superiore, o quanto meno non inferiore alla media dei diplomati.

Invece Steve Jobs, che credo si possa dire sia una persona di grande successo in un campo in cui è fondamentale avere buone conoscenze tecnologiche, e che abbia avuto tale successo per meriti propri, ha dimostrato che è possibile avere un tale successo anche avendo gravi lacune scientifiche, come ignorare che esiste un organo del corpo umano chiamato “pancreas”.

Già in passato spesso mi sono lamentato che nella scuola (italiana) vengono tuttora insegnate troppe nozioni inutili nei corsi di scienze, come, per esempio, la descrizione minuziosa del processo di divisione cellulare, a scapito di nozioni più utili e importanti, come per esempio, il concetto di “denaro”. Ma finora non ho mai pensato che anche la nozione di pancreas fosse così inutile.

Infatti, possiamo forse dire che non sapendo che cos’è un pancreas Steve Jobs ha vissuto una vita meno felice di quella che avrebbe vissuto se l’avesse saputo? Se avesse saputo che cos’è un pancreas, avrebbe forse svolto meglio il proprio lavoro? Avrebbe contribuito a rendere più felici altre persone? Avrebbe contribuito meglio al progresso generale dell’umanità? Avrebbe vissuto più a lungo?

Penso che la risposta a tutte queste domande sia “no”. E che quindi, se non si è un medico, un veterinario o uno zoologo, si può vivere benissimo senza sapere che cosa è un pancreas.

Questo mi ha fatto riconsiderare quali siano gli scopi dell’educazione scientifica di base, e quali nozioni risultano utili a tali scopi.

Per “educazione scientifica di base” intendo l’insegnamento delle scienze nei corsi non rivolti esclusivamente a persone che dovranno utilizzare conoscenze scientifiche nel proprio lavoro, e quindi nella scuola dell’obbligo e nei licei.

Penso che gli scopi di tale educazione siano essenzialmente i seguenti due:

  • Dare una formazione di base necessaria a chi in futuro vorrà svolgere una professione che richieda conoscenze scientifiche. Dato che anche i futuri medici, ingegneri, e ricercatori scientifici prima di andare all’università ricevono la stessa educazione di tutti gli altri studenti, se tale educazione è particolarmente povera dal punto di vista scientifico, poi sarà difficile per tali studenti colmare tutte le loro lacune all’università.
  • Dare una formazione culturale in grado di operare in modo sensato nelle scelte della propria vita, della propria professione, della propria comunità. Chi non ha una formazione scientifica adeguata, crede alla superstizione, alla divinazione, alla magia, all’occultismo, e in tal modo non può fare per sé e per i propri cari le scelte più razionali possibili. Ma se poi tale persona ha grandi responsabilità (per esempio, è un magistrato o un dirigente d’azienda) rischia di rovinare la vita a molte persone a causa delle proprie concezioni prescientifiche. E se la grande maggioranza della popolazione non ha una  formazione scientifica adeguata, anche in un regime democratico si rischiano forme di politica irrazionale, come la caccia alle streghe, o il sostegno pubblico alle medicine alternative.

Ritengo che i due scopi citati si possano riassumere nella seguente affermazione.

Lo scopo dell’educazione scientifica di base è formare una mentalità compatibile con le correnti teorie scientifiche.

Per fare un esempio, l’astrologia, intesa come l’arte divinatoria basata sulla posizione apparente degli astri, è incompatibile con le correnti teorie scientifiche, e quindi se gli studenti licenziati (nel senso di “promossi”) dalla scuola dell’obbligo, o a maggior ragione, da un liceo sono intimamente convinti della validità dell’astrologia, la scuola ha fallito il suo scopo.

D’altra parte ritengo che lo stesso Steve Jobs, pur nella sua ignoranza di alcune nozioni scientifiche, avesse una solida mentalità scientifica e non si avvalesse di maghi e indovini.

Ma come si raggiunge tale scopo? Non certo facendo ripetere agli studenti la frase “l’astrologia è infondata”, oppure “gli astrologi sono tutti dei ciarlatani”.

Non ho una ricetta pronta al proposito, ma in generale credo che ci siano alcuni strumenti per convincere le persone di una teoria.

Uno strumento è dimostrare che quella teoria funziona meglio di altre teorie. A questo scopo, non è necessario esaminare tutte le teorie e neanche tutti gli aspetti di una teoria, ma basta prendere in esame un certo numero di aspetti di una teoria moderna e mostrare come le argomentazioni delle teorie alternative sono meno efficaci dal punto di vista esplicativo. Per esempio, si può confrontare la teoria dell’evoluzione darwiniana e le teorie alternative ed esaminare come tali teorie spiegano l’esistenza dei fossili, o come spiegano la distribuzione sul territorio delle varianti di una data specie.

Un altro strumento, più tecnologico, è dimostrare che alcune teorie hanno reso possibile realizzazioni tecniche mirabolanti, come i computer, gli aeroplani, o i trapianti di organi umani, mentre altre teorie sono solo suggestive, come lo spiritismo, ma non producono risultati durevoli.

Comunque credo che il modo migliore per insegnare il pensiero scientifico sia riprodurre un esperimento compiuto da qualche scienziato del diciottesimo o del diciannovesimo secolo, accennando ai tentativi sperimentali falliti e alle teorie proposte e dimostratesi inapplicabili, e così dimostrando che la spiegazione scelta è effettivamente la più semplice tra quelle compatibili con gli esperimenti. Non occorre fare un gran numero di esperimenti; basta sceglierne alcuni realizzabili e comprensibili.

Categorie:Argomenti vari Tag:

Espressioni romanesche usate in tutta Italia

Guardando la televisione ho assistito ripetutamente a numerose espressioni pronunciate in contesti non dialettali, che non mi è mai capitato di leggere né di udire nel mio territorio, che non è nel Lazio. Suppongo siano espressioni di origine laziale, che tuttavia si stanno diffondendo in tutta Italia.

Personalmente penso che non userò mai tali espressioni e spero che non le usino neanche altri, perché non mi piacciono.

Eccole, con a fianco quella che credo sia la traduzione in italiano standard:

  • “ci è o ci fa?” = “è proprio così o fa finta di esserlo?”
  • “farsene una ragione” = “rassegnarsi”
  • “sòla” = “truffa”
  • “stare in campana” = “stare attento”
  • “busta” della spesa = “sacchetto” (in italiano, le buste sono i contenitori delle lettere)
Categorie:Argomenti vari Tag:

Perché non si parla mai delle condanne delle truffe?

26 Febbraio 2012 Nessun commento

Ogni volta che viene scoperta qualche truffa clamorosa, sia di quelle ai danni della collettività, come evasori fiscali o falsi invalidi, sia di quelle ai danni di assicurazioni o di privati cittadini, i giornali si premurano di comunicarci il fatto che sia stata denunciata alla magistratura, con conseguente avvio del procedimento penale.
Ben raramente invece si annuncia il completamento di tali procedimenti penali, e soprattutto il loro esito.
Io penso che, a parte le persone direttamente coinvolte, quello che interessa alla collettività non siano i singoli casi, ma l’andamento statistico; cioè non interessa tanto che c’è stata una truffa, ma quante e quali sono le truffe scoperte nel corso dell’ultimo anno. E in tal caso, a me, e suppongo anche a qualcun altro, interessa molto di più sapere quante truffe sono condannate rispetto a quante truffe sono denunciate. Io vorrei sapere per ogni tipologia di truffa quanto dura il processo, quanto costa il processo alla collettività e quanto costa all’imputato, quanto dura il processo, quali pene sono applicate, e soprattutto quali pene, detentive e pecuniarie, sono scontate.
Se fossi una persona che deve decidere se pagare tutte le tasse o se evaderne un po’, vorrei sapere non tanto quale probabilità ho di venire scoperto, ma quale probabilità ho di venire condannato, e a quale condanna. Perché se, per fare un esempio, per un certo tipo di evasione ho il 30% di probabilità di non essere scoperto, il 30% di venire scoperto ma poi essere assolto, e il rimanente 40% di essere scoperto ed essere condannato a pagare solamente l’ammontare dell’evasione, cioè quanto comunque avrei dovuto pagare, più 2000 euro di multa, mi conviene evadere se l’evasione mi rende almeno 2000 / 0,4 = 5000 euro. Inoltre, dato che gli avvocati e i commercialisti costano parecchio, e che è meglio un uovo oggi che una gallina domani, bisognerebbe tenere conto anche, da una parte dei costi da sopportare per il processo, e dall’altra del fatto che se evado oggi e poi sono condannato a una multa tra dieci anni, per dieci anni ho goduto di un guadagno.
Di tutto ciò ovviamente non devono tenere conto solo evasori, truffatori e i loro commercialisti, ma anche lo stato che deve comminare pene realmente dissuasive, senza rovinare l’esistenza a chi avesse fatto una svista o una truffa di lieve entità.

Siamo tutti intolleranti

18 Febbraio 2012 2 commenti

Molte persone affermano che si deve essere tolleranti, se non addirittura favorevoli, verso tutte le opinioni e a tutte le tradizioni culturali, e sostengono che una società in cui è ammesso un unico modo di pensare e un’unica tradizione culturale è una terribile dittatura oppressiva.

Le stesse persone però poi dichiarano che i seguenti comportamenti sono intollerabili e devono essere repressi, se necessario, anche con la forza:

  • Propagandare l’ideologia fascista.
  • Propagandare la superiorità di una razza umana rispetto ad altre.
  • Propagandare l’iniquità dell’omosessualità (la cosiddetta “omofobia”).
  • Sostenere teorie che falsificano tendenziosamente la storia, come la negazione dello sterminio attuato dai nazisti o del genocidio armeno attuato dall’impero Ottomano.
  • Praticare spettacoli tradizionali in cui animali sono maltrattati o uccisi, principalmente come le corride o le lotte tra cani, ma anche le corse di cavalli in cui i cavalli sono frustati.
  • Organizzare matrimoni tra i propri figli minorenni.

E qui ho citato solamente modi di pensare e comportamenti che sono capitati negli ultimi anni in Europa. Andando indietro nei secoli o spostandosi in popoli esotici, si potrebbe parlare di pedofilia, di schiavitù, di cannibalismo, e di pena di morte per eresia.

In sostanza, mi sembra del tutto chiaro che tali persone non conferiscono pari dignità a tutte le culture, non tollerano e tanto meno approvano tutti i modi di vivere, e addirittura non tollerano e tanto meno approvano tutti i modi di dichiarare in pubblico quello che si pensa.

A me sembra un modo di pensare incoerente.

In primo luogo, ritengo che una civiltà non può essere totalmente multiculturale. Una civiltà è espressione di una cultura in cui si ammettono certi comportamenti e non se ne ammettono altri. Questo andrebbe onestamente riconosciuto. Ovviamente rimane aperto l’enorme problema di quali siano i comportamenti tollerabili e quali quelli intollerabili.

Il fatto di parlare in pubblico o di pubblicare un testo esponendo una teoria è un tipo di comportamento. E come tale, la collettività deve decidere quali discorsi sono tollerabili e quali no. Per esempio, credo che quasi tutti siano d’accordo sul fatto che sia intollerabile accusare pubblicamente qualcuno di un reato che non ha commesso.

Tuttavia, alcuni sostengono che sia intollerabile anche propagandare come leciti o addirittura auspicabili comportamenti che sono ritenuti intollerabili, come la pedofilia o il razzismo. Per tali persone, quindi, se un comportamento è intollerabile, lo sono anche le pubblicazioni che difendono tale comportamento.

Io penso invece che non ci debba essere tale automatismo. Anzi, che, in ossequio della libertà di pensiero, che è una delle più grandi conquiste della cultura europea negli ultimi secoli, si debba consentire a chiunque di sostenere pubblicamente anche tesi che generalmente si considerano aberranti. Quindi, secondo me, un vero stato liberale, pur vietando, per fare qualche esempio, la segregazione razziale, l’infibulazione e le corride, dovrebbe consentire di pubblicare impunemente testi che esaltino tali comportamenti.

Se si proibiscono tali testi, si corre il rischio di dover proibire la diffusione dei testi antichi che esaltavano tali tradizioni. Dovremmo proibire la diffusione dei testi di Charles Darwin perché sosteneva l’inferiorità intellettuale delle persone di altre razze? Dovremmo proibire la diffusione del film “Sangue e arena” (“Blood and Sand”) perché esalta il mestiere del torero?

Un’altra questione è il negazionismo storico. Una questione importante su cui non saprei prendere posizione è se uno stato deve riconoscere una verità storica e utilizzarla come verità ufficiale, per esempio nei programmi scolastici, o nei discorsi delle autorità. Ma quello su cui sono ben determinato è il fatto che uno stato non deve punire con sanzioni penali chi sostenesse tesi storiche eterodosse, cioè in netto contrasto con la verità ufficiale, come negare lo sterminio degli ebrei da parte del regime nazista della Germania. Questa strada è l’inizio della negazione della libertà di pensiero. Naturalmente con questo non voglio sostenere che uno studente si deve sentire autorizzato di raccontare quello che gli pare a un esame di storia, ma che chiunque, compreso uno studente a un esame, deve poter dire, senza essere per questo sanzionato: “La versione ufficiale è questa, ma io non ci credo”.

La tutela di embrioni e animali è ideologica

8 Gennaio 2012 Nessun commento

Ci sono dispute interminabili sia tra ricercatori biomedici e difensori dei diritti degli embrioni umani che tra ricercatori biomedici e difensori dei diritti degli animali.
In tali dispute spesso si parla di oscurantismo, di ignornza, di cinismo, o di sadismo.
Io penso che le questioni si possano ricondurre alle seguenti questioni ideologiche:
* Ci sono specie animali alle quali si vogliono attribuire dei diritti? E, se sì, quali specie e quali diritti.
* Gli embrioni umani hanno dei diritti? E, se sì, quali.
Quindi non è affatto vero che chi si oppone alla sperimentazione lo fa per ignoranza o per oscurantismo, ma perché ritiene che l’oggetto di tale sperimentazione abbia una propria dignità e meriti rispetto, simile se non uguale a quello che si deve a un essere umano adulto.
E non è affatto vero che colore che invece facciano tali sperimentazioni o comunque siano favorevoli a tali sperimentazioni siano dei sadici che godono al veder soffrire tali esseri viventi, bensì si tratta di persone che ritiene che tali esseri viventi non abbiano alcun diritto, o abbiano così pochi diritti da ritenere opportuno sacrificarli per il benessere degli esseri umani adulti.
Chiarito questo, mi rimangono alcune curiosità:
* Esistono filosofi morali che hanno giustificato in modo razionale i diritti degli animali, o l’assenza di diritti degli animali?
* Esistono categorie sociali o di personalità a cui associare la tutela o il disprezzo dei suddetti diritti?
* So che la Chiesa cattolica romana e almeno alcune chiese cristiane protestanti tutelano i diritti degli embrioni. Che posizione hanno al proposito le altre religioni, e le altre ideologie non religiose?

Meglio votare secondo coscienza o votare secondo partito?

6 Gennaio 2012 Nessun commento

La Costituzione della Repubblica Italiana è chiara sul fatto che i parlamentari non sono tenuti né a rispettare le promesse elettorali, né a seguire la disciplina di partito, e non sono punibili per i voti che esprimono in Parlamento. Questo perché i membri dell’Assemblea Costituente hanno ritenuto che si tutelino meglio gli interessi generali lasciando libertà di coscienza ai singoli parlamentari.
Negli ultimi vent’anni (da quanto la parola “ribaltone” è entrata nel politichese) molte persone sostengono invece che non dovrebbe essere lasciata tutta questa libertà ai parlamentari. Ogni volta che un parlamentare agisce in difformità dalle dichiarazioni pre-elettorali viene definito un “traditore”, in quanto forse ha tradito le aspettative del proprio elettorato, o quanto meno quelle del leader del suo partito.
Queste persone sostengono quindi che, per evitare questi “tradimenti”, i politici dovrebbero essere sostanzialmente tenuti ha votare in Parlamento secondo le direttive del partito per cui sono stati eletti.
Io non so se sia meglio lasciare ai parlamentari libertà di coscienza o piuttosto assoggettarli alla disciplina di partito, ma penso però quanto segue.
Se un parlamentare è assoggettato alla disciplina di partito, allora il suo ruolo è completamente inutile. Se fosse vero che un parlamentare non può far altro che votare come indicato dal partito, allora sarebbe molto più semplice che fosse il rappresentante del partito a votare per tutti i parlamentari di tale partito. Anzi, per risparmiare i costi legati all’elezione dei parlamentari (campagna elettorale, indennità e vitalizio), gli elettori dovrebbero votare solamente i partiti, e in parlamento si riunirebbero sono i rappresentanti dei partiti, votando ognuno con un voto “qualificato”, ossia moltiplicato per il numero di voti ricevuto dal suo partito, come si fa nelle assemblee degli azionisti delle società, nelle quali gli azionisti hanno un voto per ogni azione.
In tal modo si risparmierebbe una quantità enorme di soldi, in quanto si dovrebbero pagare solo una ventina di rappresentanti (per i due rami del Parlamento) invece di un migliaio.
Mi chiedo se nel mondo esista un organismo istituzionale eletto dal popolo (locale, nazionale o sovranazionale) in cui si faccia così, cioè in cui c’è un solo rappresentante per ogni partito, e i voti dei rappresentanti vengono moltiplicati per i voti ricevuti dal partito.

Categorie:Argomenti vari Tag:

Ha senso parlare di consumismo?

25 Dicembre 2011 2 commenti

In un altro articolo ho parlato della stranezza del termine “consumismo”, molto usato in lingua italiana con un’accezione dispregiativa, e, per qunto ne so, pressoché assente in altre lingue.

Ora voglio parlare dell’ideologia soggicente a tale vocabolo.

Consideriamo la seguente definizione che ho trovato in un dizionario:

  • “(Economia) Tendenza delle economie industriali notevolmente sviluppate a incrementare l’espansione e la moltiplicazione dei consumi di beni materiali, attraverso la persuasione operata mediante i mezzi di comunicazione di massa”.

In primo luogo, in tale definizione, il consumismo viene presentato come termine utilizzato in ambito economico, ma a me risulta che sia usato anche in ambito morale, nel senso di privilegio dei valori monetizzabili, rispetto a quelli inestimabili. Termini che vengono spesso affiancati a “consumismo” sono “mercificazione”, “materialismo (morale)” , e “società dei consumi”.

Poi, sempre nella definizione citata, si parla di incremento dei consumi nelle economie sviluppate, e infine si attribuisce tale incremento alla pubblicità.

Io noto alcune cose.

In primo luogo, che cosa si intende per economie sviluppate? Una possibile definizione è “economie che, al netto delle risorse primarie, producono molta più ricchezza pro-capite rispetto alle economie tradizionali”. Cioè consideriamo il prodotto interno lordo di una nazione, o PIL (in inglese, GDP). Sottraiamogli il valore di tutte le risorse primarie di tale nazione, cioè il valore che si otterrebbe affittando i beni paesaggistici (località di villeggiatura), i beni culturali (centri storici e opere d’arte), le risorse minerarie (giacimenti), i terreni agricoli, il patrimonio ittico (cioè i pesci) e forestale (alberi e selvaggina). Quello che rimane è la ricchezza prodotta dal lavoro della popolazione. Se dividiamo tale ricchezza per il numero di lavoratori (o per il numero di residenti), otteniamo la produttività della nazione. Notoriamente, grazie alle innovazioni tecnologiche (legate prima allo sfruttamento del vapore, poi dell’elettricità, poi dell’elettronica, poi dell’informatica), in alcune nazioni, tra cui l’Italia, la produttività è aumentata enormemente negli ultimi 200 anni. In altre nazioni è aumentata meno, in altre non è aumentata quasi per niente. Tra queste ultime nazioni non sviluppate ci sono la maggior parte delle nazioni dell’Africa e del vicino oriente, nelle quali, tolti il turismo e i giacimenti di idrocarburi e di diamanti, rimane pochissima ricchezza pro-capite.

In passato, tali nazioni ad alta produttività venivano chiamate “nazioni industrializzate”, in quanto l’incremento di produttività era dovuto soprattutto all’automazione dell’industria manifatturiera. Tuttavia, negli ultimi decenni alcuni nazioni hanno mantenuto o addirittura incrementato la loro produttività pur diminuendo la propria produzione industriale. Per esempio, è questo il caso del Regno Unito e dell’Irlanda. L’aumento di produttività in tali nazioni è dovuto allo sviluppo del cosiddetto settore terziario.

Avendo definito che cosa si intende per nazioni sviluppate, vediamo che cosa si intende per “incremento dei consumi”.

I consumi sono le spese dei cittadini. Ossia si prendono in cosnsiderazione solo le persone fisiche e non le aziende, e si prendono in considerazione i soldi che escono dal patrimonio famigliare senza trasformarsi in investimenti. Quando si acquista un quotidiano, o un pezzo di pane, o un pernottamento in albergo, o un biglietto per il cinema, non si può sperare di rivenderlo, quindi si tratta di un consumo a tutti gli effetti. Quando si  acquista una casa o un’automobile, si ottiene un bene che è rivendibile, sebbene a un prezzo inferiore, e quindi si tratta in parte di un consumo, ma per la maggior parte di un investimento. Tuttavia, con il passare degli anni, il bene tipicamente si deteriora, e quindi la quota di investimento si “consuma”, ossia si trasforma lentamente in un consumo. (In realtà spesso gli immobili si rivalutano, ma questo è un altro discorso.)

In qualunque economia, sviluppata, sottosviluppata o in via di sviluppo, la gente consuma. Può darsi che viva di elemosina, ma comunque per sopravvivere deve consumare dei beni. Quindi non si capisce che cosa possa significare l’espressione “società dei consumi”. Forse vuol dire semplicemente “società dei consumi accresciuti”.

E qui veniamo al nocciolo. Abbiamo detto che per “consumismo” si intende la crescita dei consumi che si ha nei paesi in cui cresce la produttività. Cioè si nota che dove si produce più ricchezza si consuma anche più ricchezza.

Ma d’altra parte, se la ricchezza non si consumasse, inevitabilmente si accumulerebbe. Non capisco perché si debba evidenziare il fatto che dove si produce più ricchezza si consuma anche più ricchezza. Ma soprattutto non capisco la critica morale a tale consumo. Forse che una persona onesta non dovrebbe spendere tutto quello che guadagna ma solo quello che spendevano i suoi antenati? Allora a che cosa è servito aumentare la produttività?

Penso che le risposte possono essere molteplici.

Una possibile risposta è: “Non si doveva aumentare la produttività. La società industriale e la società post-industriale sono alienanti e opprimenti. Le società sviluppate devono tornare all’economia di 200 anni fa, e quelle sottosviluppate lo devono rimanere.”

Un’altra possibile risposta è: “All’interno di una nazione, non è politicamente giusto che qualcuno spenda di più e qualcun altro spenda di meno. Bisognerebbe espropriare chi guadagna di più facendolo guadagnare non più degli altri”.

Un’altra possibile risposta è: “All’interno di una nazione, non è moralmente giusto che qualcuno spenda di più e qualcun altro spenda di meno. Chi guadagna di più ha il dovere morale di cedere agli altri la parte del proprio guadagno in eccesso rispetto al guadagno della parte più povera della società, così che tutti spendano allo stesso modo”.

Un’altra possibile risposta è: “All’interno del mondo, non è moralmente giusto che qualche nazione spenda di più e qualche altra spenda di meno. Le nazioni che guadagnano di più hanno il dovere morale di cedere alle altre nazioni la parte del proprio guadagno in eccesso rispetto al guadagno delle nazioni più povere, così che tutte le nazioni spendano allo stesso modo”.

Un’altra possibile risposta è : “Chi guadagna più di quanto strettamente necessario a vivere deve consumare solo lo stretto necessario e risparmiare la ricchezza in eccesso. Tale risparmio potrà servire in caso di necessità, o passerà agli eredi.”

Un’altra possibile risposta è : “Chi guadagna più di quanto strettamente necessario a vivere deve consumare solo lo stretto necessario e devolvere la ricchezza in eccesso a persone che si occupino di migliorare l’ambiente naturale e sociale, facendo ricerca scientifica, tutela e ripristino del patrimonio naturale e del patrimonio culturale, offrendo servizi sociali.”

Insomma le possibili risposte sono molte, ma tutte permeate da un’ideologia più o meno comunista, secondo la quale tutti devono dare secondo le possibilità e ricevere secondo il bisogno, e si deve considerare immorale o addirittura illegale ogni situazione in cui, a parità di bisogno, una persona consuma più di un’altra, e ogni situazione in cui a parità di consumo, una persona ha più bisogno di un’altra.

Peccato che chi parla tanto di consumismo raramente approfondisce questi temi.

Infine, un’ultima questione: la causa del consumismo. La definizione citata esprime l’opinione, condivisa da molti, che la causa dell’aumento dei consumi sia la pubblicità.

A me questa sembra una grande sciocchezza. La storia ci racconta che oltre 2000 anni fa le persone più ricche di ogni regno avevano quasi sempre livelli enormi di consumi. Organizzavano banchetti con centinaia di invitati e cibi raffinatissimi, avevano centinaia di schiavi al proprio servizio personale, avevano più ville sfarzose. Quasi sempre erano i capi di stato, ma talvolta c’erano persone molto ricche che non erano a capo di un popolo, come il famoso Creso. tali persone non avevano bisogno della pubblicità per sapere come sperperare le loro ricchezze. O meglio, erano ovviamente circondati da mercanti che gli proponevano i prodotti più costosi, ma non in modo subdolo.

Analogamente, man mano che i membri delle fasce più povere di una popolazione si arricchiscono, incominciano a spendere come già prima facevano i membri delle fasce più ricche di tale popolazione. E man mano che i membri dei popoli più poveri si arricchiscono, incominciano a spendere come già prima facevano i membri dei popoli più ricchi. Non vedo che cosa c’entri la pubblicità e i supposti falsi bisogni indotti dalla subdola persuasione pubblicitaria. Lo scopo della pubblicità è primariamente far acquistare un certo prodotto o servizio in alternativa a quelli della concorrenza. E comunque l’obiettivo emergente è quello di far spendere tutti i soldi guadagnati, non di più. D’altra parte anche i ricchi hanno sempre speso tutti i soldi guadagnati e non di più.

Suppongo che questo accusare la pubblicità rientra nell’ideologia citata prima, nel seguente modo.

Chi sostiene che non si debba spendere più di quanto necessario per i bisogni essenziali ha il problema di definire quali siano i bisogni essenziali. Per esempio, se un magione ha dei buchi sui gomiti, si può considerare essenziale il bisogno di comprare un nuovo maglione, oppure no, in quanto si possono applicare delle toppe al vecchio maglione?

Se il concetto di bisogno essenziale continua ad espandersi, diventa difficile giungere a una rimozione dei beni voluttuari, in quanto tutti i beni diventano essenziali e nessuno rimane voluttuario. L’effetto non desiderato ma ottenuto della pubblicità è quello di considerare necessari tutti i beni, e nessuno voluttuario. In tal modo l’ideale comunista di rimuovere i consumi voluttuari non può far presa sulle coscienze. Ma questa non è una novità. Tuti hano sempre speso tutti i soldi che guadagnavano e la distinzione tra beni essenziali e voluttuari è nei fatti alquanto artificiosa.

Categorie:Argomenti vari Tag: