In un altro articolo ho parlato della stranezza del termine “consumismo”, molto usato in lingua italiana con un’accezione dispregiativa, e, per qunto ne so, pressoché assente in altre lingue.
Ora voglio parlare dell’ideologia soggicente a tale vocabolo.
Consideriamo la seguente definizione che ho trovato in un dizionario:
- “(Economia) Tendenza delle economie industriali notevolmente sviluppate a incrementare l’espansione e la moltiplicazione dei consumi di beni materiali, attraverso la persuasione operata mediante i mezzi di comunicazione di massa”.
In primo luogo, in tale definizione, il consumismo viene presentato come termine utilizzato in ambito economico, ma a me risulta che sia usato anche in ambito morale, nel senso di privilegio dei valori monetizzabili, rispetto a quelli inestimabili. Termini che vengono spesso affiancati a “consumismo” sono “mercificazione”, “materialismo (morale)” , e “società dei consumi”.
Poi, sempre nella definizione citata, si parla di incremento dei consumi nelle economie sviluppate, e infine si attribuisce tale incremento alla pubblicità.
Io noto alcune cose.
In primo luogo, che cosa si intende per economie sviluppate? Una possibile definizione è “economie che, al netto delle risorse primarie, producono molta più ricchezza pro-capite rispetto alle economie tradizionali”. Cioè consideriamo il prodotto interno lordo di una nazione, o PIL (in inglese, GDP). Sottraiamogli il valore di tutte le risorse primarie di tale nazione, cioè il valore che si otterrebbe affittando i beni paesaggistici (località di villeggiatura), i beni culturali (centri storici e opere d’arte), le risorse minerarie (giacimenti), i terreni agricoli, il patrimonio ittico (cioè i pesci) e forestale (alberi e selvaggina). Quello che rimane è la ricchezza prodotta dal lavoro della popolazione. Se dividiamo tale ricchezza per il numero di lavoratori (o per il numero di residenti), otteniamo la produttività della nazione. Notoriamente, grazie alle innovazioni tecnologiche (legate prima allo sfruttamento del vapore, poi dell’elettricità, poi dell’elettronica, poi dell’informatica), in alcune nazioni, tra cui l’Italia, la produttività è aumentata enormemente negli ultimi 200 anni. In altre nazioni è aumentata meno, in altre non è aumentata quasi per niente. Tra queste ultime nazioni non sviluppate ci sono la maggior parte delle nazioni dell’Africa e del vicino oriente, nelle quali, tolti il turismo e i giacimenti di idrocarburi e di diamanti, rimane pochissima ricchezza pro-capite.
In passato, tali nazioni ad alta produttività venivano chiamate “nazioni industrializzate”, in quanto l’incremento di produttività era dovuto soprattutto all’automazione dell’industria manifatturiera. Tuttavia, negli ultimi decenni alcuni nazioni hanno mantenuto o addirittura incrementato la loro produttività pur diminuendo la propria produzione industriale. Per esempio, è questo il caso del Regno Unito e dell’Irlanda. L’aumento di produttività in tali nazioni è dovuto allo sviluppo del cosiddetto settore terziario.
Avendo definito che cosa si intende per nazioni sviluppate, vediamo che cosa si intende per “incremento dei consumi”.
I consumi sono le spese dei cittadini. Ossia si prendono in cosnsiderazione solo le persone fisiche e non le aziende, e si prendono in considerazione i soldi che escono dal patrimonio famigliare senza trasformarsi in investimenti. Quando si acquista un quotidiano, o un pezzo di pane, o un pernottamento in albergo, o un biglietto per il cinema, non si può sperare di rivenderlo, quindi si tratta di un consumo a tutti gli effetti. Quando si acquista una casa o un’automobile, si ottiene un bene che è rivendibile, sebbene a un prezzo inferiore, e quindi si tratta in parte di un consumo, ma per la maggior parte di un investimento. Tuttavia, con il passare degli anni, il bene tipicamente si deteriora, e quindi la quota di investimento si “consuma”, ossia si trasforma lentamente in un consumo. (In realtà spesso gli immobili si rivalutano, ma questo è un altro discorso.)
In qualunque economia, sviluppata, sottosviluppata o in via di sviluppo, la gente consuma. Può darsi che viva di elemosina, ma comunque per sopravvivere deve consumare dei beni. Quindi non si capisce che cosa possa significare l’espressione “società dei consumi”. Forse vuol dire semplicemente “società dei consumi accresciuti”.
E qui veniamo al nocciolo. Abbiamo detto che per “consumismo” si intende la crescita dei consumi che si ha nei paesi in cui cresce la produttività. Cioè si nota che dove si produce più ricchezza si consuma anche più ricchezza.
Ma d’altra parte, se la ricchezza non si consumasse, inevitabilmente si accumulerebbe. Non capisco perché si debba evidenziare il fatto che dove si produce più ricchezza si consuma anche più ricchezza. Ma soprattutto non capisco la critica morale a tale consumo. Forse che una persona onesta non dovrebbe spendere tutto quello che guadagna ma solo quello che spendevano i suoi antenati? Allora a che cosa è servito aumentare la produttività?
Penso che le risposte possono essere molteplici.
Una possibile risposta è: “Non si doveva aumentare la produttività. La società industriale e la società post-industriale sono alienanti e opprimenti. Le società sviluppate devono tornare all’economia di 200 anni fa, e quelle sottosviluppate lo devono rimanere.”
Un’altra possibile risposta è: “All’interno di una nazione, non è politicamente giusto che qualcuno spenda di più e qualcun altro spenda di meno. Bisognerebbe espropriare chi guadagna di più facendolo guadagnare non più degli altri”.
Un’altra possibile risposta è: “All’interno di una nazione, non è moralmente giusto che qualcuno spenda di più e qualcun altro spenda di meno. Chi guadagna di più ha il dovere morale di cedere agli altri la parte del proprio guadagno in eccesso rispetto al guadagno della parte più povera della società, così che tutti spendano allo stesso modo”.
Un’altra possibile risposta è: “All’interno del mondo, non è moralmente giusto che qualche nazione spenda di più e qualche altra spenda di meno. Le nazioni che guadagnano di più hanno il dovere morale di cedere alle altre nazioni la parte del proprio guadagno in eccesso rispetto al guadagno delle nazioni più povere, così che tutte le nazioni spendano allo stesso modo”.
Un’altra possibile risposta è : “Chi guadagna più di quanto strettamente necessario a vivere deve consumare solo lo stretto necessario e risparmiare la ricchezza in eccesso. Tale risparmio potrà servire in caso di necessità, o passerà agli eredi.”
Un’altra possibile risposta è : “Chi guadagna più di quanto strettamente necessario a vivere deve consumare solo lo stretto necessario e devolvere la ricchezza in eccesso a persone che si occupino di migliorare l’ambiente naturale e sociale, facendo ricerca scientifica, tutela e ripristino del patrimonio naturale e del patrimonio culturale, offrendo servizi sociali.”
Insomma le possibili risposte sono molte, ma tutte permeate da un’ideologia più o meno comunista, secondo la quale tutti devono dare secondo le possibilità e ricevere secondo il bisogno, e si deve considerare immorale o addirittura illegale ogni situazione in cui, a parità di bisogno, una persona consuma più di un’altra, e ogni situazione in cui a parità di consumo, una persona ha più bisogno di un’altra.
Peccato che chi parla tanto di consumismo raramente approfondisce questi temi.
Infine, un’ultima questione: la causa del consumismo. La definizione citata esprime l’opinione, condivisa da molti, che la causa dell’aumento dei consumi sia la pubblicità.
A me questa sembra una grande sciocchezza. La storia ci racconta che oltre 2000 anni fa le persone più ricche di ogni regno avevano quasi sempre livelli enormi di consumi. Organizzavano banchetti con centinaia di invitati e cibi raffinatissimi, avevano centinaia di schiavi al proprio servizio personale, avevano più ville sfarzose. Quasi sempre erano i capi di stato, ma talvolta c’erano persone molto ricche che non erano a capo di un popolo, come il famoso Creso. tali persone non avevano bisogno della pubblicità per sapere come sperperare le loro ricchezze. O meglio, erano ovviamente circondati da mercanti che gli proponevano i prodotti più costosi, ma non in modo subdolo.
Analogamente, man mano che i membri delle fasce più povere di una popolazione si arricchiscono, incominciano a spendere come già prima facevano i membri delle fasce più ricche di tale popolazione. E man mano che i membri dei popoli più poveri si arricchiscono, incominciano a spendere come già prima facevano i membri dei popoli più ricchi. Non vedo che cosa c’entri la pubblicità e i supposti falsi bisogni indotti dalla subdola persuasione pubblicitaria. Lo scopo della pubblicità è primariamente far acquistare un certo prodotto o servizio in alternativa a quelli della concorrenza. E comunque l’obiettivo emergente è quello di far spendere tutti i soldi guadagnati, non di più. D’altra parte anche i ricchi hanno sempre speso tutti i soldi guadagnati e non di più.
Suppongo che questo accusare la pubblicità rientra nell’ideologia citata prima, nel seguente modo.
Chi sostiene che non si debba spendere più di quanto necessario per i bisogni essenziali ha il problema di definire quali siano i bisogni essenziali. Per esempio, se un magione ha dei buchi sui gomiti, si può considerare essenziale il bisogno di comprare un nuovo maglione, oppure no, in quanto si possono applicare delle toppe al vecchio maglione?
Se il concetto di bisogno essenziale continua ad espandersi, diventa difficile giungere a una rimozione dei beni voluttuari, in quanto tutti i beni diventano essenziali e nessuno rimane voluttuario. L’effetto non desiderato ma ottenuto della pubblicità è quello di considerare necessari tutti i beni, e nessuno voluttuario. In tal modo l’ideale comunista di rimuovere i consumi voluttuari non può far presa sulle coscienze. Ma questa non è una novità. Tuti hano sempre speso tutti i soldi che guadagnavano e la distinzione tra beni essenziali e voluttuari è nei fatti alquanto artificiosa.